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lunedì 12 novembre 2012

Ode al vento dell'ovest

 I
Oh tu selvaggio vento dell’Ovest, respiro dell’essenza dell’autunno,
tu, dalla cui invisibile presenza le foglie morte
sono trascinate, come spettri in fuga da un incantatore.
Gialle e nere e pallide e febbrilmente rosse,
moltitudini colpite dalla pestilenza: oh tu
che sospingi ai loro oscuri letti dell’inverno
i semi alati, dove giacciono freddi e profondi,
ognuno come cadavere nella sua tomba, finché
la tua azzurra sorella della primavera soffierà
nel suo corno sulla sognante terra, e colmerà
(guidando i dolci germogli come greggi a pascolare nell’aria)
di vivaci colori e profumi pianura e collina:
oh Spirito selvaggio, che spiri per ogni dove;
distruttore e preservatore; ascolta, oh ascolta!
II
Tu nella cui corrente, in mezzo al tumulto dell’alto cielo,
nuvole sciolte come foglie cadenti della terra sono sparse,
scosse dai rami aggrovigliati di Cielo e Oceano,
messaggeri di pioggia e lampi: là sono disperse
sull'azzurra superficie del tuo aereo ondeggiare,
come i lucenti capelli sollevati dalla testa
d'una feroce Menade, perfino dal fosco margine
dell'orizzonte fino all’altezza dello zenit,
le serrature della tempesta in arrivo. Tu, canto funebre
dell'anno morente, al quale questa notte che sta finendo
sarà la cupola di un sepolcro immenso,
cui fa da volta da tutta la potenza concentrata
di vapori, dalla cui densa atmosfera
esploderanno nera pioggia e fuoco e grandine: oh, ascolta!
III
Tu che svegliasti dai suoi sogni estivi
l’azzurro Mediterraneo, dove giaceva
cullato dal gorgoglio dei suoi flutti cristallini,
accanto a un'isola di pomice nella baia di Baiae,
e vedesti nel sonno antichi palazzi e torri
tremolanti nella luce più intensa dell'onda
tutti sommersi da muschio azzurro e fiori
così dolci, che nel raffigurarli il senso viene meno! Tu
al cui passaggio la potente superficie d'Atlantico
si squarcia in abissi, mentre giù in profondità
le inflorescenze marine e i boschi fangosi, che indossano
le foglie avvizzite dell'oceano, conoscono
la tua voce, e si fanno all'improvviso grigi di paura,
e tremano e si spogliano: oh, ascolta!
IV
Se io fossi una foglia appassita che tu potessi portare;
se fossi una veloce nuvola per volare con te;
un'onda che ansima sotto il tuo potere, e condivide
l'impulso della tua forza, soltanto meno libera
di te, oh tu che sei incontrollabile! Se anche
io fossi nella mia fanciullezza, e potessi essere
il compagno dei tuoi vagabondaggi nel cielo,
come allora, quando superare la tua celeste velocità
a mala pena sembrava una visione, io mai avrei gareggiato
così con te in preghiera nel mio estremo bisogno.
Ti prego, innalzami come un'onda, una foglia, una nuvola.
Cado sopra le spine della vita! Sanguino!
Un grave peso di ore ha incatenato, piegato
uno a te troppo simile: indomito, veloce e orgoglioso.
V
Fa di me la tua cetra, come lo è anche la foresta;
che cosa importa se le mie foglie cadono come le sue!
Il tumulto delle tue potenti armonie
acquisterà da entrambi un profondo canto autunnale
dolce nella sua tristezza. Che tu sia, o spirito fiero,
il mio spirito! Che tu sia me, spirito impetuoso!
Guida i miei morti pensieri per l'universo
come foglie ingiallite per affrettarmi una nascita nuova;
e con l'incanto di questi miei versi,
spargi, come da un focolare non ancora spento
ceneri e faville, le mie parole fra il genere umano!
Che tu sia attraverso le mie labbra, per una terra non ancora desta
la tromba d'una profezia! Oh, vento,
se viene l'Inverno, può essere lontana la primavera?

If Winter comes, can Spring be far behind?
Percy Bysshe Shelley (1819)

martedì 27 marzo 2012

Mai dimenticare di essere vivi

Scrivere un curriculum
Che cos'e' necessario?
E' necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si e' vissuto
e' bene che il curriculum sia breve.
E' d'obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di piu' chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all'estero.
L'appartenenza a un che, ma senza perche'.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l'orecchio in vista.
E' la sua forma che conta, non cio' che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

Wislawa Szymborska 1923 - 2012

lunedì 25 aprile 2011

25 aprile


(Studente partigiano Bologna 22/10/1944. Ezio Giaccone)


Venite a vedere il sangue per le strade (Pablo Neruda)

Chiederete: ma dove sono i lillà?
E la metafisica coperta di papaveri?
E la pioggia che fitta colpiva
le sue parole, riempiendole
di buchi e uccelli?
Vi racconterò tutto quel che m’accade.

Vivevo in un quartiere
di Madrid, con campane,
orologi, alberi.

Da lì si vedeva
il volto secco della Castiglia,
come un oceano di cuoio.
La mia casa la chiamavano
“La casa dei fiori”, ché da ogni parte
conflagravan gerani: era
una bella casa,
con cani e scugnizzi.
Ti ricordi, Raúl?
Ti ricordi, Rafael?
Federico, ti ricordi,
ora che sei sottoterra,
Ti ricordi della mia casa balconata, dove
la luce di giugno ti soffocava la bocca di fiori?
Fratello, fratello!
Tutto
era gran voci, sale di mercanzie,
mucchi di pane palpitante,
mercati del mio rione di Argüelles, con la sua statua
come una seppia pallida tra i merluzzi:
l’olio era versato nel cucchiaio,
un profondo brusìo
di mani e piedi riempiva le strade,
metri, litri, acuta
essenza della vita,
pesci accatastati,
intreccio di tetti nel freddo sole, dove
la freccia s’affatica,
fino avorio delirante delle patate,
pomodori in fila, in fila fino al mare.

E una mattina tutto era in fiamme,
e una mattina i roghi
uscivan dalla terra,
divorando esseri,
e da allora fuoco,
da allora polvere da sparo,
da allora sangue.
Banditi con aerei e con mori,
banditi con anelli e duchesse,
banditi con neri frati benedicenti
arrivavan dal cielo a uccidere bambini,
e per le strade il sangue dei bambini
correva semplicemente, come sangue di bambini.

Sciacalli che lo sciacallo schiferebbe,
sassi che il cardo secco sputerebbe dopo morsi,
vipere che le vipere odierebbero!

Davanti a voi ho visto
sollevarsi il sangue della Spagna
per annegarvi in una sola onda
di orgoglio e di coltelli!

Generali
traditori:
guardate la mia casa morta,
guardata la Spagna spezzata:
però da ogni casa morta esce metallo ardente
invece di fiori,
da ogni foro della Spagna
la Spagna viene fuori,
da ogni bambino morto vien fuori un fucile con occhi,
da ogni crimine nascono proiettili
che un giorno troveranno il bersaglio
del vostro cuore.

Chiederete: perché la tua poesia
non ci parla del sogno, delle foglie,
dei grandi vulcani del paese dove sei nato?

Venite a vedere il sangue per le strade,
venite a vedere
il sangue per le strade,
venite a vedere il sangue
per le strade!

domenica 24 aprile 2011

Buona Pasqua


Poesia di primavera - Salvatore Quasimodo

Ed ecco sul tronco si rompono le gemme,
un verde più nuovo dell'erba che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto, piegato sul declivio.
E tutto mi sa di miracolo,
e sono quell'acqua di nube che oggi rispecchia nei fossi più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza che pure stanotte non c'era.

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Il fiore sul tetto - Ada Negri

Ieri non c'era.
Or vive, tra due vecchi
embrici.
Se per poco io m'arrischiassi
sovra il muretto del terrazzo, cogliere lo potrei.
Non ardisco.
E' troppo bello
così: troppo mi piace, erto sul gambo, dalle muffe dei tegoli sgorgante senza una fronda, ma col serto d'oro di un reuccio di fiaba.
E' un fior magato.

Il suo germe, quassù, lo portò il vento.
Il suo nome lo cantano le stelle.
Nulla sa delle selve e dei giardini sparsi pel mondo;
sta, fra tetti e cielo,
felice: al mondo unico fior si crede,
ed io l'amo per questo...

mercoledì 19 maggio 2010

Femmina penso, se penso l'umano

Ballata delle donne
di Edoardo Sanguineti
Genova, 9 dicembre 1930 – Genova, 18 maggio 2010
Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l'umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

lunedì 8 marzo 2010

Otto marzo


Il gelsomino notturno

E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento . . .
È l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.


G. Pascoli

domenica 24 gennaio 2010

Due giornate da ricordare


Ieri all'Aquila ce stata la riunione dei delegati regionali al congresso IDV: veramente tante belle persone, decise e determinate. Tra tutti il rettore dell'Università.
Ho anche trovato la risposta ad una mia domanda: dove sono finiti i comunisti? Quelli veri, quelli con un ideale, quelli che rimpiangono Berlinguer e l'organizzazione del PCI. Spariti come un fiume carsico, ne riemergono molti proprio nell'IDV.

Senza soluzione di continuità sono poi passato ad un convegno organizzato dal Comitato 3.32, in una zona dell'Aquila senza crolli ma con tutte le case chiuse e le facciate coperte da impalcature.

Ed ho avuto paura, ma non del terremoto.

Immaginate che il modello dei rifiuti in Campania o del terremoto dell'Aquila diventino sistema:
  • Prima costruire l'emergenza e dichiararne l'eccezionalità
  • Poi governare liberi da vincoli - grazie anche all'assenza/connivenza delle opposizioni - nello stato di emergenza; annullando la partecipazione e distruggendo la democrazia, usando senza scrupoli anche la forza militare.
Immaginate uno stato nello stato che possa spendere il denaro pubblico senza controlli facendo riferimento al solo presidente del consiglio.

Fa paura vero? Ebbene quest'incubo è già realtà: è il decreto legge del 30 dicembre 2009 che istituisce la Protezione Civile Servizi SPA.

... Continua nel prossimo post

Finito il convegno c'è stato giusto il tempo di essere informato di una stupida decisione presa contro di me, senza il coraggio di comunicarmela, dai miei amati colleghi e, pregustando la caccia nei corridoi al ritorno al lavoro, sono tornato a casa nella notte.

Stamane mi sono rimesso a scrivere su Ombrina ma sono stato interrotto da due di quelle persone che - incredibilmente - ancora esistono e che stanno per scelta ai margini del mondo che consuma. Una felice sorpresa: dico sempre che occorre tessere una rete di relazioni per riuscire a combattere le battaglie e vedo che la mia tela cresce; devo solo trovare il tempo. Intanto questo è per voi:

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
(Italo Calvino - Le città invisibili)

Nel pomeriggio l'ultima sorpresa: la conferma documentata che il mondo in cui viviamo è marcio, che quello che ci dicono è falso, che siamo burattini nelle mani altrui, che siamo stati e siamo controllati, che ci derubano sotto il naso e poi ci prendono in giro, che quella che chiamano politica è mafia.

Per essere convinto dentro - e non solo razionalmente - della necessità di combattere il petrolio ho dovuto vedere con i miei occhi il centro oli di Viggiano.

Per convincermi che la partita contro chi gioca con le nostre vite - partita assai più complessa e pericolosa di quella contro il petrolio - vada giocata fino in fondo e con tutte le energie c'è voluta una fotocopia. Altro non posso dire, per ora.

Ed ora avanti, di nuovo su Ombrina.

martedì 19 gennaio 2010

I vili


Ma cosa te ne frega?
Non ci guadagni nulla!
Dai retta a me, fatti i cazzi tuoi!


Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?».

Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».

E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidiosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.


Dante Inferno Canto III

martedì 24 novembre 2009

Autunno


Oggi mi domando: le mie figlie conosceranno mai l'autunno?

Io ne ritrovo il ricordo quando con la sua luce riappare quasi per sbaglio nel brusco passaggio tra l'estate e l'inverno, ma sono momenti così brevi che non sono mai pronto.
Non ci sono più le foglie tra cui camminare, o da guardare mentre volteggiano come stormi di uccelli fantasma portati dal vento; non si può più sfidare la temperatura per non cedere all'inverno: anche oggi solo col maglione, un giorno dopo l'altro sempre un po' più intirizziti.
Non ci sono più gli angoli riparati dove fermarsi come lucertole riscaldate dal sole.
Non ci sono più i sapori, la coperta pesante, la pioggia leggera e insistente.

Il tempo non trascorre più, lentamente, trasformandosi mentre si passa da una stagione all'altra, ma sembra che si sia fermato e che si risvegli ogni tanto solo per saltare da una nuova estate a un nuovo inverno; dalla luce e il calore del sole a quelle dei neon e del riscaldamento, dallo spensierato rito del ferragosto a quello del capodanno e così via, da una festa all'altra, senza pensieri e senza memoria.

L'autunno era tranquillità, pensiero, malinconia, ricordi, pace, attesa: piaceri ormai fuori moda; l'autunno che mi ricordava il passare del tempo sembra ormai scomparso.

L'autunno era il vestito vecchio dell'estate, oggi non lo si può più portare, non importa se ci stiamo bene dentro, deve essere cambiato quanto prima.

Ecco, potranno mai le mie figlie capire l'autunno? Potranno mai capire la poesia delle stagioni?


Mattino d'autunno

Che dolcezza infantile
nella mattinata tranquilla!
C'è il sole tra le foglie gialle
e i ragni tendono fra i rami
le loro strade di seta.

(F. G. Lorca)

mercoledì 28 ottobre 2009

Tanto tempo fa ...


Mi volto e mi vedo
in mezzo alla gente
come un girasole
inseguire un sorriso

il mondo è fatato
e non lo sapete
ed io
sono mago
e tu
figlia di re


martedì 20 ottobre 2009

La poesia dei calzini spaiati

Con tutto questo parlar di calzini, nessuno sembra già più ricordarsi delle mutande. Per caso però ho incontrato un po' di poesia:




"Dove andranno mai a nascondersi i calzini spaiati?
Si saranno rifugiati sotto al letto?
Ai piedi delle scale?
O al fondo d'un cassetto?
Sarà la loro casa il risvolto d'una federa, o quell'angolo di lenzuolo?
Dove andranno mai a nascondersi i calzini svaniti?
E' la centrifuga che li lancia via lontano, verso mète fantastiche ma a noi del tutto ignote, o in quel jeans fin troppo stretto dove si sentono al riparo?
Dove andranno mai a nascondersi i calzini smarriti?
Saranno incastrati dietro ai termosifoni per via del gelido inverno?
O trascinati dal vento a causa d'una molletta poco giudiziosa?
Dove andranno mai a nascondersi quei calzini così inspiegabilmente evaporati? Quelli gialli e quelli blu, quelli neri e quelli bianchi, quelli a righe e quelli a pallini, quelli di Bob the Builder e quelli dell'Uomo Ragno, quelli di lana e quelli di cotone.
In quale misterioso luogo della casa si radunano in complotto, confabulano e aizzano?
Dov'è il loro centro smistamento, il loro quartier generale?
Dove andranno mai i calzini smarriti?
Quelli che alla sera sono nella cesta del bucato e la mattina sono spariti. Quelli che nell'oblò infili appaiati e poi ne escono spaiati? Quelli che vanno in coppia dentro ai cassetti e poi ne escono divorziati?
Dove andranno mai quei calzini, che non importa quanto li cerchi, non verranno mai mai mai più ritrovati?"
(fonte)

mercoledì 23 settembre 2009

Avrei voluto ....



Avrei voluto baciarti

con la forza del vento

urlarti che t'amo
...

con un filo di voce
ti salutai

come si saluta il panettiere




Pier Mario Giovannone dalla raccolta "Austro e Favorio" (Genesi Torino 1994)
Intrepretata da Gianmaria Testa nell'album "Il valzer di un giorno" - 2000
( qui su youtube )

giovedì 17 settembre 2009

Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto
e un sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo, ne' nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre tutta merce fina,
anche profumi penetranti d'ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu,
ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo sulla strada:
che cos'altro ti aspetti?


E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Kostantin Kavafis

venerdì 21 agosto 2009

Fernanda Pivano

"Con molto dolore per i morti e per la tragedia devo dichiararmi perdente e sconfitta perche' ho lavorato 70 anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue" (dal sito di Fernanda Pivano)
"Ma grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita. Ahimè. A 92 anni ancora non so cosa rispondere. Dico loro di sperare. Di battersi per vivere in un mondo senza guerre volute solo da capitani ansiosi di medaglie. Di sorridere senza il rimorso di non aver aiutato nessuno. E proprio questi giovani sono una grande, meravigliosa, consolazione. Il segno che qualcosa di ciò che hai fatto ha lasciato un piccolo segno, un piccolo seme" (dall'ultima intervista)
-----0000-----

George Gray

Ho osservato tante volte
il marmo che mi hanno scolpito -
una nave alla fonda con la vela ammainata.

In realtà non rappresenta il mio approdo
ma la mia vita.

Perché l’amore mi fu offerto ma fuggii le sue lusinghe;
il dolore bussò alla mia porta ma ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma paventai i rischi.

Eppure bramavo sempre di dare un senso alla vita.

Ora so che bisogna alzare le vele
e farsi portare dai venti della sorte
dovunque spingano la nave.

Dare un senso alla vita può sfociare in follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vago desiderio -
è una nave che desidera il mare ardentemente ma ha paura.

(Edgar Lee Masters - Antologia di Spoon River)

sabato 18 aprile 2009

Padri e figli

Qualche anno fa, ricevendo i genitori dei miei studenti, aprivo le braccia e mi dicevo incapace di capire i loro comportamenti. Le situazioni difficili sono però diventate sempre di più fino ad essere la norma ed allora mi sono messo testardamente a cercare una spiegazione. Ho così letto, studiato, ho parlato con loro, ho unito la mia esperienza a quella di tante voci diverse ed ora - almeno - non allargo più le braccia. Non ho la cura ma credo di aver trovato una possibile prevenzione che sto usando con le mie figlie.
Proprio per condividere con altri queste idee ho scritto l'articolo seguente.

L'articolo è lungo per un post per cui lo si può scaricare a questo indirizzo (Pdf - 32K)

--> In questo caso mi piacerebbe più del solito ricevere dei commenti.

Noi e i nostri figli

Oggi siamo bombardati da informazioni, messaggi, stimoli di tutti i tipi. Moltissimi messaggi sono contraddittori, ingannevoli, fuorvianti, esagerati, inutili se non semplicemente falsi, spesso più cose assieme. Questo bombarda-mento ci obbliga a valutare, confrontare, scartare, approfondire, ci obbliga a scegliere e questa cernita tra le infor-mazioni richiede tempo e impegno che pochi hanno.
La nostra reazione è la stessa dell’animale senza via di fuga: ci fingiamo morti, non reagiamo più. La ragione si perde di fronte a questa massa di informazioni e semplicemente smettiamo di pensare.
Nascosto nel rumore di fondo c’è però un martellamento a senso unico, gli stessi contenuti ripetuti nelle forme più varie, messaggi creati per sostituirsi ai nostri pensieri, per indirizzare i nostri comportamenti, messaggi indirizzati alla parte primordiale del nostro cervello (meno evoluta ma che spesso ci condiziona più di quanto faccia la parte più razionale), messaggi studiati da chi conosce la psiche e i suoi punti deboli e che quindi agiscono su di noi non tanto come la goccia che buca la roccia ma come un coltello nel burro.
Accade così che non solo smettiamo di pensare ma ci accodiamo, aderiamo agli slogan o alle pubblicità, al tifo, alle fazioni, alle mode e alle suggestioni, non distinguiamo più i grigi accontentandoci della semplicità del bianco e del nero, seguiamo il capo branco, in una parola ubbidiamo.

Ormai vaghiamo con tutta la famiglia per i centri commerciali alla ricerca dell’inutile a basso prezzo, ci stordiamo di fronte alla televisione, veniamo educati dalla pubblicità. Pubblicità e televisione che non ci dicono solo cosa dob-biamo comprare, ma con la loro onnipresenza ci hanno ormai annichilito al punto che non sappiamo più pensare se qualcuno non ce lo dice. Le nostre scelte sono basate su messaggi che sono sempre pubblicitari, anche se vengono dai telegiornali. Crediamo ormai che la pubblicità o la televisione siano qualcosa di indispensabile e invece paghiamo qualcuno perché ci faccia fare o comprare qualcosa di cui non abbiamo bisogno.

Se ora pensiamo ai nostri figli e ci guardiamo dentro ci scopriamo incapaci di comprenderli ed aiutarli. Siamo convinti (o ce lo fanno credere?) che sia un compito impossibile e anche in questo caso nascondiamo la testa sgomenti, cerchiamo di soddisfare tutti i loro desideri pensando che ci sarà tempo … convinti che il tempo - da solo - li farà “crescere”.
E invece li lasciamo morire, veniamo meno al nostro compito, non ci opponiamo a chi ne prepara la rovina.

Perché di rovina si tratta, basta mettere assieme le notizie di cronaca, le statistiche e l'esperienza di tutti i giorni e il quadro che appare è chiaro, terrificante ma chiaro. I nostri figli adolescenti si staccano da noi senza quel minimo di conoscenze e di personalità (anche se ancora immatura) indispensabili per affrontare e godere la vita (godere la vita in senso profondamente umano, non pubblicitario).

Un suicidio al giorno, consumo di alcool, tabacco, droga, disordini alimentari, analfabetismo e ignoranza, difficoltà di ragionamento. Sopraffazione nei confronti dei più deboli, assenza dei concetti di limite e di regola (etica, di comportamento, di legge) e quindi anche di responsabilità, incapacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni, vandalismo. Comportamenti a rischio scelti proprio per il rischio e non per la "naturale" incoscienza dell'età. Incapacità di sviluppare rapporti affettivi con gli altri e una sessualità basata sulla pubblicità e sulla pornografia, sostituzione delle “faticose” relazioni reali con quelle virtuali. Assenza di autostima e incoscienza sul valore della propria e dell'altrui vita. Mancanza di senso critico e autocritico e quindi assoluta facilità ad essere suggestionati, plagiati, ingannati dagli altri e dal mondo esterno ma anche da se stessi. Assenza di forza di volontà, di capacità di sopportazione, di resistenza alla fatica fisica e mentale: anzi fuga da tutto ciò che si possa configurare come fatica. Depressione, indolenza, nessuna fiducia nel futuro anzi totale mancanza di una visione del futuro, assenza di interessi in una vita in cui domina la noia …

Questi sono i nostri figli, i figli delle famiglie "normali" quelli che vanno "regolarmente" a scuola.
Molti genitori staranno pensando che esagero, che questo non è il loro caso, ma pensano così perché ignorano l’abilità estrema a nascondersi dei loro figli, in un mondo in cui solo l’apparenza conta hanno imparato prestissimo l’arte di fingere e la esercitano con naturalezza, spesso senza neanche rendersene conto.
Non si contano più i genitori che si sono accorti di quanto stava accadendo sotto il loro naso solo quando è arrivata quella telefonata dalla scuola, dai carabinieri o dall'ospedale, quando sono stati bruscamente messi di fronte all’incidente, al comportamento assurdo, al bullismo, alla violenza di gruppo, alla gravidanza o alla prostituzione … .

Io vedo questi ragazzi tutti i giorni, li ho conosciuti, ho parlato con loro e ho letto di loro.
Vederli mi ha fatto aprire gli occhi, ci sono voluti anni ma sono riuscito ad aprirli, mi sono costretto ad aprirli per poter cominciare a capire. E’ stata una fortuna perché, grazie a loro, forse sono ancora in tempo per salvare i miei figli. Ed è stata una fortuna anche perché questi ragazzi hanno un disperato bisogno di aiuto e si attaccano ad ogni mano che gli viene tesa e così, quando a modo mio riesco ad aiutarli, sono contento, è qualcosa che aggiunge senso alla mia vita.

Ormai credo di poter dire perché sono così. La risposta è incredibilmente semplice: sono così perché così li fa crescere il mondo che ci circonda.

Un mondo dove tutto si può comprare in cui imparare a fare le cose non serve a nulla.
Un mondo guidato da incapaci e delinquenti in cui il merito e l’onestà sono inutili.
Un mondo dove regna la volgarità e l’ignoranza in cui non servono educazione e cultura.
Un mondo che si inchina ai furbi e ai violenti in cui ci vuole solo furbizia e violenza.
Un mondo superficiale e vuoto in cui non serve l'impegno e la fatica.
Un mondo in cui solo l’apparenza conta e la sostanza non ha valore.
Un mondo che offre stordimenti a buon mercato in cui non serve volare con la fantasia.
Un mondo di corsa in cui non ha senso riflettere prima di agire.
Un mondo dominato dalle mode in cui avere una personalità è fonte di sospetto.
Un mondo in cui la vita e la natura non hanno valore.
Un mondo in cui la competizione ha sostituito la solidarietà.
Un mondo individualista in cui non esiste più la parola “noi”.
Un mondo impaurito in cui l’altro è sempre e solo un nemico.
Un mondo in cui il valore economico ha sostituito la bellezza.
Un mondo in cui c’è sempre qualcos’altro da raggiungere e dove non c’è più nessuno grato per quel che ha.
….

Per opporsi a tutto questo e per diventare degli uomini liberi ci vogliono dei modelli, ci vuole qualcuno che dia ad un ragazzino la forza e i motivi per comportarsi in un modo diverso dagli altri, la forza per opporsi alle spinte distrut-tive ma allettanti della televisione. Quella televisione che invece fa loro da balia e passa con i nostri figli un tempo lunghissimo lavorando costantemente su menti immature con messaggi da paese dei balocchi.
Perché quel che accade a noi accade anche ai nostri figli. Ma loro non hanno nessuna difesa perché non hanno mai visto o intravisto il mondo di prima. Di prima della televisione e della pubblicità, di quando le cose, le parole i sentimenti i rapporti umani avevano un valore non “economico” ma culturale. Loro credono che questo mondo sia l’unica realtà possibile e ne assorbono come spugne i “valori”.

I modelli, oggi, non si trovano nelle famiglie: fin dalla nascita i nostri figli non hanno più genitori ma solo amici, ammiratori, finanziatori e difensori d’ufficio, che si preoccupano solo di guadagnare per comprargli quello che “inutilmente serve”: i vestiti firmati, il telefonino, i sofficini … .

Ci fanno credere che sia scorretto e dannoso esercitare il nostro potere nei loro confronti - e qui parlo soprattutto ai padri ormai travolti dalla paura di traumatizzare i bambini se solo si comportano in maniera un po’ dura e determi-nata. La figura del padre è divenuta sinonimo di autoritarismo, quando non di violenza. Nella società che ci hanno costruito intorno l’imposizione di regole “dall’alto” non è infatti funzionale: non dobbiamo infatti avere vincoli, regole e principi, dobbiamo crederci liberi per poter essere più facilmente pilotati e comandati e poi non c’è un consumato-re migliore di un figlio viziato.
I padri sopraffatti da questo bombardamento si omologano, diventano “mammi”. Talvolta diventano più timorosi e iperprotettivi delle stesse madri. Oppure, ormai delegittimati, scelgono inconsciamente di allontanarsi, si immergo-no nel lavoro e si disinteressano dell’educazione dei figli.

L’atteggiamento permissivo dei genitori impedisce così ai figli di imparare a sopportare limiti e frustrazioni. Un figlio senza regole e confini imposti con forza e coerenza sin dall’inizio sarà spinto a cercare sempre di prevalere, senza mai maturare una coscienza e un senso di responsabilità, senza tenere in considerazione le esigenze e le difficoltà degli altri, continuerà sempre a credere che tutto gli sia dovuto e tutto gli sia permesso. Un figlio che ha avuto soddisfatta ogni richiesta identificherà il proprio valore con gli oggetti che possiede. Un tale figlio, da adulto, sarà un individualista aggressivo, mai appagato nei suoi desideri e quindi mai felice.

I modelli si trovano sempre più raramente nella scuola che oggi vuole solo che i ragazzi crescano docili consuma-tori e rassegnati elettori. La scuola è ormai una malattia che corrode il nostro paese dall’interno combattendo il pensiero e distruggendone così le energie migliori.

Una volta era tutta la società a condividere ed indirizzare l’educazione, oggi una vera società non esiste più perché è stata polverizzata in individui e i nostri figli non hanno più neppure gli amici di strada con i quali giocare e litigare.

I bambini e i ragazzi cercano così di diventare adulti a modo loro. Soli in un mondo fatto di cartoni animati, pubblici-tà, centri commerciali, telefonini e second-life, non sapendo pensare possono solo seguire le mode e scimmiottare la televisione: ed ecco spiegati i loro comportamenti.

Cosa si può fare allora, cosa sto cercando di fare io?

Prima di tutto dobbiamo ricominciare a pensare e subito dopo ci dobbiamo opporre con tutte le forze a questo sistema.
Non obbiettate che non è possibile, che sono “troppo forti”, non gettate la spugna senza aver provato, non arrende-tevi senza combattere!

Per proteggere i nostri figli dobbiamo trasformare il loro punto debole in un punto di forza: poiché i bambini e i ragazzi assorbono come delle spugne dal mondo esterno, dobbiamo riprendere il controllo di ciò che li circonda.

Dobbiamo riuscire a staccarli e a portarli lontano da questo tipo di mondo, dobbiamo creare attorno a loro uno scudo protettivo fin dai primi anni di vita, dobbiamo fargli conoscere i libri, il cinema, il teatro, le parole, la musica, i numeri, l'arte, la natura, i sapori, lo sport e la fatica, il pensiero e l’astrazione, il piacere di fare e di capire, il dispia-cere per non essere riusciti, gli errori, le disillusioni, i limiti, le frustrazioni, le responsabilità, le cadute, la solitudine, l'ozio, il silenzio, il piacere di aiutare e il dolore del tradimento, la fiducia che ti fa obbedire, la soddisfazione di fare la cosa giusta invece di quella utile, le emozioni, l’amore. Dobbiamo mettere i nostri figli in questo terreno e atten-dere che la natura umana, che si nutre di queste cose, faccia il miracolo di sempre: che i nostri figli vi mettano radici, che ne cerchino ancora.

Io credo infatti che l’essere umano capace di pensare liberamente trovi il coraggio, la sicurezza e l’autostima che non possono che portarlo a sviluppare quei valori profondamente “umani” dell’amore, della pace, del rispetto, della solidarietà e della conoscenza.

Se quindi riusciremo a far germogliare il seme nel terreno giusto la pianta sarà sana e potrà affrontare la vita da sola.

Io non vedo altra scelta: dobbiamo riconoscere i nostri errori e affrontare le nostre responsabilità, dobbiamo lavora-re con gli altri e per gli altri per cambiare questo mondo. Ancora non sappiamo o non crediamo di poterlo fare e non osiamo tentare ma noi possiamo e dobbiamo farlo.

L’alternativa è condannarci a non vivere e a vedere morire i nostri figli molto prima di noi.


L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendi-mento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

(Italo Calvino - Le città invisibili)

venerdì 10 aprile 2009

Un giorno di silenzio


Ora potrò baciare solo in sogno
le fiduciose mani...
E discorro, lavoro,
sono appena mutato, temo, fumo...
Come si può ch’io regga a tanta notte?...


Mi porteranno gli anni
chissà quali altri orrori,
ma ti sentivo accanto,
m’avresti consolato...


Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce
che in corsa risuonando per le stanze,
sollevava dai crucci un uomo stanco?...
La terra l’ha disfatta, la protegge
un passato di favola...



E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!...





Giuseppe Ungaretti - Giorno per giorno -
frammenti dedicati alla prematura morte del figlio di nove anni

giovedì 12 marzo 2009

Il prode Anselmo

Una poesia allegra che non trova più posto nelle antologie (e tantomeno sulle copertine dei quaderni di scuola):

LA PARTENZA DEL CROCIATO

(Il prode Anselmo)
di Giovanni Visconti Venosta

Passa un giorno, passa l'altro
Mai non torna il prode Anselmo,
Perché egli era molto scaltro
Andò in guerra e mise l'elmo...

Mise l'elmo sulla testa
Per non farsi troppo mal
E partì la lancia in resta
A cavallo d'un caval.

La sua bella che abbracciollo
Gli dié un bacio e disse: Va'!
E poneagli ad armacollo
La fiaschetta del mistrà.

Poi, donatogli un anello
Sacro pegno di sua fe',
Gli metteva nel fardello
Fin le pezze per i piè.

Fu alle nove di mattina
Che l'Anselmo uscìa bel, bel,
Per andare in Palestina
A conquidere l'Avel.

Né per vie ferrate andava
Come in oggi col vapor,
A quei tempi si ferrava
Non la via ma il viaggiator.

La cravatta in fer battuto
E in ottone avea il gilé,
Ei viaggiava, è ver, seduto
Ma il cavallo andava a piè.

Da quel dì non fe' che andare,
Andar sempre, andare andar...
Quando a piè d'un casolare
Vide un lago, ed era il mar!

Sospettollo... e impensierito
Saviamente si fermò
Poi chinossi, e con un dito
A buon conto l'assaggiò.

Come fu sul bastimento,
Ben gli venne il mal di mar
Ma l'Anselmo in un momento
Mise fuori il desinar.

La città di Costantino
nello scorgerlo tremò
brandir volle il bicchierino
ma il Corano lo vietò.

Il Sultano in tal frangente
Mandò il palo ad aguzzar,
Ma l'Anselmo previdente
Fin le brache avea d'acciar.

Pipe, sciabole, tappeti,
Mezze lune, jatagan,
Odalische, minareti,
Già imballati avea il Sultan.

Quando presso ai Salamini
Sete ria incominciò,
E l'Anselmo coi più fini
Prese l'elmo, e a bere andò.

Ma nell'elmo, il crederete?
C'era in fondo un forellin
E in tre dì morì di sete
Senza accorgersi il tapin.

Passa un giorno, passa l'altro,
Mai non torna il guerrier
Perch'egli era molto scaltro
Andò in guerra col cimier.

Col cimiero sulla testa,
Ma sul fondo non guardò
E così gli avvenne questa
Che mai più non ritornò.